Zio Peppino è uno dei personaggi più intensi del romanzo, anche se vive quasi interamente dentro il racconto di Matteo. La sua storia appartiene al capitolo in cui Matteo parla ad Alfred della fede, della morte e della speranza che esista un luogo in cui ritrovarsi. Non è una figura d'avventura, non attraversa Roma con il gatto, non partecipa alla trama amorosa di Alfred e Agata. Eppure lascia una traccia profonda, perché porta nel libro il tema della cura mancata e del senso di colpa.
Peppino è il maggiore dei fratelli del padre di Matteo. Come tanti italiani in cerca di fortuna, parte per gli Stati Uniti d'America. Il viaggio è lungo, carico di speranza, ma il destino lo colpisce nel modo più crudele: a New York si trova in mezzo a un conflitto a fuoco tra poliziotti e banditi, e un proiettile lo ferisce alla testa. Da quell'evento deriva la perdita irreversibile della memoria. Il sogno dell'emigrazione si spezza e diventa ritorno, dipendenza, smarrimento.
Il governo americano gli riconosce una pensione e lo rimanda in Italia. Per un periodo vive con la famiglia di Matteo, poi viene affidato a un ospedale. Qui la sua vicenda diventa ancora più dolorosa: non è pazzo, ma viene collocato in un luogo dove tutti sono considerati tali. Il suo sguardo assente, la tristezza del volto, la solitudine che trapela persino dai vestiti curati mostrano una sofferenza silenziosa. Matteo lo ricorda come un uomo la cui anima non aveva pace.
La pagina più forte è quella della giornata passata insieme. Matteo chiede di portarlo fuori dall'ospedale, lo accompagna in macchina a Ganzirri e in altri luoghi. Peppino parla poco, mormora frasi di gratitudine verso il direttore, chiede notizie di una sorella morta molti anni prima, come se il tempo si fosse spezzato e una parte della sua memoria fosse rimasta ferma. Quando Matteo lo riporta in ospedale, prova dolore, mortificazione, un senso di colpa destinato a non lasciarlo più.
Zio Peppino serve al romanzo per dare profondità alla riflessione sulla dignità. Attraverso di lui Matteo comprende che la cura del corpo non basta, se manca la cura dell'anima. Alfred ascolta e, attraverso il dolore di Matteo, impara che gli uomini portano dentro rimorsi invisibili. Peppino è il volto di chi è stato dimenticato, di chi non ha più strumenti per raccontarsi, di chi chiede presenza senza poterla domandare. Per questo merita un posto nel sito: rappresenta una delle ferite morali più vere del libro.