Matteo è uno dei personaggi più importanti del romanzo, forse quello che più di tutti permette ad Alfred di diventare davvero narratore. È il padre di Federico, arriva da Messina e porta con sé un patrimonio di storie familiari, ricordi di infanzia, guerra, lavoro, fede e amori perduti. La sua presenza cambia il ritmo della casa: quando c'è Matteo, Alfred ascolta, impara, si sente visto.
La sua funzione narrativa è duplice. Da un lato Matteo è custode della memoria. Racconta la Messina della sua infanzia, i nonni, le zie, la sartoria del padre, il terremoto, la fame, le tradizioni, gli zii partiti o perduti. Dall'altro lato è testimone della Storia: il capitolo sulla guerra è una delle parti più forti del libro perché Matteo non parla per astrazione, ma attraverso il corpo. Ricorda il pane che manca, le sirene, le bombe, la polvere, i bambini salvati. In lui la memoria non è nostalgia decorativa, è responsabilità morale.
Matteo è anche il personaggio che più sa ascoltare Alfred. Federico ama il suo gatto, ma spesso resta preso da se stesso. Matteo invece osserva. Capisce che Alfred vuole uscire, che vuole rivedere Agata, che sotto il divano non c'è un malessere fisico ma una ferita amorosa. Questa attenzione fa di lui un educatore affettivo: insegna senza imporre, accompagna senza trattenere. Con Alfred stabilisce un'alleanza tenerissima, fatta di passeggiate, pasticcini, visite in chiesa, strategie per incontrare Agata.
Il suo modo di parlare unisce saggezza e vulnerabilità. Matteo ha vissuto molto, ma non si presenta come un uomo risolto. Porta sensi di colpa, rimpianti, domande sulla morte e sulla fede. Lo zio Peppino, la moglie scomparsa, le ragazze conosciute e perdute, il filmino del matrimonio: tutto in lui è attraversato dal tempo. Eppure non è un personaggio spento. Al contrario, conserva una vitalità sorprendente, una capacità di emozionarsi, di arrossire, di lasciarsi sorprendere da Rachele e dai gatti.
Nel finale Matteo formula una delle idee centrali del romanzo: amare significa lasciare andare. Spiega a Rachele che Agata non può essere ridotta a un oggetto prezioso, così come Alfred non può essere ridotto a un animale da sfamare. La vita interiore richiede spazio. Per questo Matteo è la voce più matura del libro: non perché possiede tutte le risposte, ma perché ha imparato che la cura vera non controlla, accompagna.